paul nicholls 2021

"tra massimi esperti di pittura italiana tra Ottocento e Novecento"


Dino Krumm

Quando io e mia moglie abbiamo aperto la Galleria Sant’Ambrogio nel 1967, uno dei primi visitatori, ancor prima dell’inaugurazione, era un distinto signore con dei capelli folti e due occhi penetranti, tra il grigio e il blu. Zoppicava leggermente. Con un atteggiamento curioso, ma rispettoso, si presentò. “Sono il pittore Dino Krumm”, disse, pronunciando il suo cognome come fosse un colpo di cannone. Raccontava di aver esposto alla Galleria Gussoni, come si intitolava la galleria prima di noi, e sperava di poter ripetere l’esperienza. Fin dall’inizio, emanava un’aura di simpatia e entusiasmo nei nostri confronti. Quando seppe che dipingevo anch’io, volle subito vedere i miei lavori e mi invitò nel suo studio che stava in via Tito Livio, dalle parti di viale Umbria, se non erro.

L’incontro fu per me devastante. Prese uno di miei dipinti, una natura morta, e ripassò tutto, annientando le mie meticolose pennellate e studiati rapporti di colore. “Tinte piatte” ripeteva, e restituendomi l’opera trasformata, “adèss l’è un bel quader!”. Inizialmente risentivo di questo dispettoso intervento; poi, la sua lezione penetrò la mia sensibilità e ne capivo la ragione. Procedendo a tinte piatte, cioè in larga sintesi, si riesce meglio a organizzare i piani del dipinto.

Dopo questa prima lezione, un’altra: “le affrancature”, che per molto tempo non riuscì a comprendere. Consisteva nell’”affrancare” i motivi raffigurati con un tono più forte del colore circostante, a volte con anche il rinforzo di un accenno lineare. È un sistema per articolare i piani, che può portare a un effetto eccessivo, ma serve a conferire forza e vitalità. Per raddrizzare una composizione diventata piatta, Krumm metteva i bianchi e neri più forti nel primo piano, che facevano recedere gli altri toni più deboli.

Krumm andava furiosamente all’attacco dei sui dipinti. Usava gli smalti, che per lui rappresentavano una tecnica “moderna”, e indossava dei grandi guanti di cuoio per non sporcarsi le mani. Consumava una quantità enorme di stracci. Mentre dipingeva, canticchiava, spesso recitando “Dino sei un grande cretino”, non perché ne era convinto, ma semplicemente perché rimava. Intercalava espressioni strane milanesi, di cui mi ricordo in particolare, “Ciapa la gamba e falla ballà!”. Oppure ascoltava la musica classica, specie del Seicento. Spesso mi chiedeva cosa ne pensassi criticamente di un suo dipinto arrivato a un punto di conclusione. Se dicevo che mi sembrava interessante, si arrabbiava. “Un dipinto non è interessante”, tuonava, “O l’è bel o l’è bel no!”

Credo che, come Sironi, dipingesse molto di notte. Andavo a prendere lezioni dopo cena e rimanevo fino alle due del mattino. Sono stato incosciente, ammetto, nel trascurare la mia giovane moglie, per di più incinta, oppure nel trascinare anche lei nello studio con me, tornando a casa a volte alle tre del mattino. Krumm mi aveva riaperto la finestra su un mondo che avevo dimenticato e che ora vedevo con occhi diversi, e la forza dell’emozione mi ha tradito. Andavo, o andavamo, quasi tutte le sere in un certo periodo. Io, che avevo una volta pensato di fare scuola d’arte anziché l’università, ritrovavo quell’istruzione e passione che mi ero perso a Cambridge, dove in ultimo ho scelto di laurearmi, pur studiando Belle Arti. Il suo continuo stimolo mi spronava a riprendere un’attività seguita senza guida da anni.

“Tre cose sono importanti nella pittura”, affermava Krumm, senz’altro citando un maestro antico (Leonardo?), “disegno, disegno e disegno”. Mi misi quindi a disegnare di più, spesso con carboncino, di cui lui esaltava la duttilità. Mentre io ero portato al paesaggio, lui prediligeva la figura specialmente “scomposta”. Il soggetto lo inventava lui stesso, anche i paesaggi, ricavati dalla memoria, ma si trattava solitamente della figura femminile. Tanti nudi, mai volgari o pornografici, sempre motivi pittorici, suggestioni molto femminili, con magari solo qualche accenno alla sensualità.

Per dipingere dal vero, cioè fare delle “impressioni”, come diceva lui, bisognava aspettare maggio: considerava la primavera troppo romantica, con tutti quegli alberi in fiore, ed era la critica che rivolse alla pittura dell’Ottocento  in generale e a molti pittori contemporanei. Prediligeva certi “posti” per fare le sue impressioni, località che erano particolarmente congeniali. Uno di questi era Chiaravalle, un altro l’Idroscalo. L’ho accompagnato in più occasioni. Queste sue impressioni, eseguite nella felice tradizione lombarda dell’Ottocento, sono tra le opere sue forse più riuscite (Krumm non sarebbe d’accordo!). Erano spigliate sintesi, molto attraenti anche commercialmente, tant’è che finanziava le sue vacanze con le vendite di opere eseguite in strada direttamente a membri del pubblico che la sua vistosa attività attirava. Non le esponeva alle sue mostre, che dovevano rappresentare, invece, il serio ricercatore. I ritratti rispecchiano l’insegnamento di Ambrogio Alciati a Brera, dove ha studiato. Ha ritratto mio figlio Marco a tre anni, e anche mia moglie, due volte.

Un giorno, chiacchierando, gli dissi che, a quanto pare gli uomini calvi, erano più virili. Lui, che aveva dei capelli folti in testa, mi ha fulminato con uno sguardo feroce.

Paul Nicholls 2021


27.04.2021

 

Gentile Sig.ra Krumm,

 

ho voluto scriverle perché Dino è stato un mio maestro - l'ho anche scritto in diversi contesti - e come tale mi ha dato una base che non posso mai scordare.

Mi ha insegnato l'importanza della "sintesi" di cui avevo bisogno - parliamo del 1968-1969 - e delle "francature". L'ho accompagnato in diverse spedizioni per dipingere dal vero e mi ha ospitato molte volte nel suo studio.

L'ho conosciuto bene. Era un pò matto... ma era la conseguenza di una folle passione per l'Arte. Aveva la fissazione dell'essere "moderno" ma stimava artisti come Favretto ("i più bei bianchi e neri dell'Ottocento italiano!") e ammirava molto Giuseppe Novello.

.. senza dubbio gli devo tantissimo e gli sarò sempre grato. È stata una figura fondamentale per tutto il mio modo di "vedere" i dipinti, non solo come pittore ma anche come critico e perito.

Mi ha arricchito la vita.

 

Volevo lasciarle questa testimonianza.

 

Cordiali saluti

Paul Nicholls